Restituiteci la complessità!

Mi è capitato non troppo tempo fa di rileggere l’editoriale scritto da Carlo Antonelli per il numero di Rolling Stone del Dicembre 2008: sulla copertina, si trovava un – più giovane e bello – Roberto Saviano, già sotto scorta dal 2006. Antonelli ci racconta un atteggiamento che provo una leggera vergogna a definire tipico dell’italiano medio: la rassegnazione. Quella tendenza a camminare a testa bassa, un po’ per evitare i guai, un po’ per non esporsi troppo. E, sempre Antonelli, sottolinea come, invece, i ragazzi nelle scuole e nelle Università ancora non abbiamo imparato quell’attitudine. 

Mi viene da dire, almeno fin qui, che nulla sembri mutato. Penso subito a quei ragazzi delle scuole italiane che pochi mesi fa, con la pandemia ancora in corso, sono scesi in piazza a protestare per il loro diritto allo studio. Ma penso anche alle migliaia di lavoratori del terziario che finalmente erano riusciti ad approfittare dei benefici dello smart working, nonostante le molte polemiche e, adesso sono costretti a tornare indietro di circa 50 anni. Perché? La pandemia è agli sgoccioli, si torna allora a rintanarsi nel confortevole passato e a testa bassa ché si rischia di perdere il lavoro.
Devo dire, però, che una differenza l’ho notata rispetto al 2008 che descrive Antonelli: quel 2008, nonostante il governo Berlusconi IV, Boris Jhonson sindaco di Londra e la crisi economica che portò al fallimento di Lehman Brothers e agli sconvolgimenti politico-economici che subiamo ancora oggi, non era così male quanto a speranza e spirito comunitario. Del resto, tra le note positive, mentre Obama entrava alla Casa Bianca, il mondo sembrava pieno di crescenti comunità antiutilitaristiche e, desideroso di un’ideale salubre di democrazia; Gomorra usciva nelle sale e, nonostante Saviano fosse già sotto scorta, si respirava, anche grazie a lui, aria di ribellione e si percepiva forte un senso di appartenenza alla congrega umana.  

Qualcosa è davvero andato in malora. Volete che vi dica di cosa si tratta? 

Negli ultimi mesi, la materia geopolitica è entrata a gamba tesa nelle nostre case, gli esperti virologi della domenica si sono trasformati in politologi specializzati in diritto internazionale e un nuovo lessico si sta impadronendo della nostra lingua: da mascherina, virologo, lockdown si passa a crimini di guerra, nucleare, sanzioni economiche, russi che mangiano bambini, in uno scenario che nulla ha da invidiare a quelli delle più famose distopie letterarie. 

Sentiamo quotidianamente politici e politicanti esprimere opinioni deplorevoli su profughi e rifugiati, e permettiamo loro di mettere in atto questa pratica di disumanizzazione dell’individuo in favore non solo di una stretta e forzata categorizzazione sociale e politica, ma anche a scapito della nostra più immediata comprensione del problema.

Il 2008 mi sembra quasi un paradiso lontano, rispetto a tutto questo. Vado adesso a concludere ponendomi e ponendovi una domanda: chi ci ha insegnato a non vedere l’altro?

Nel 2008 le Università venivano occupate e gli studenti e i docenti protestavano accanto ai ragazzi delle scuole, adesso nelle Università ci insegnano ad abbassare lo sguardo e a tenere la testa bassa, a studiare correndo, a non fermarci a riflettere ed approfondire. Sempre più vittime dell’infodemia, che smarrisce e confonde, abbiamo imparato una pratica di disconnessione dalla realtà che ci circonda, pur essendo perennemente online e abbiamo disimparato quella complessità di pensiero che, unica, potrebbe donarci una chiave di lettura tra le molte per accedere all’atto di comprensione dei grandi e complicati processi globali.
Allora chiediamo: RESTITUITECI LA COMPLESSITà! 

E dico a noi tutti: non corriamo, fermiamoci a rileggere e a riflettere. Rileggere, rivedere, riflettere ci donano una seconda possibilità di indagine che non dovremmo affatto sottovalutare.

Roberto Saviano vive ancora sotto scorta, da 16 anni, ma ancora oggi, come su quella copertina di Rolling Stone e come ci suggerisce Antonelli, guarda dritto davanti a sé e non abbassa lo sguardo. Noi possiamo dire lo stesso? 

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