Satiro Danzante di Mazara: dai Baccanali al Canale di Sicilia, gridando Evoè!

Evoè” gridavano le Baccanti, con estremo giubilo, durante l’estasi orgiastica dei Baccanali, in onore di Dioniso che, perciò, fu appellato Evio. Lo stesso grido era quello che probabilmente usciva dalla bocca di una delle opere di statuaria più interessanti ed enigmatiche dell’arte greca: Il Satiro Danzante di Mazara del Vallo! Seconda opera della collezione del museo immaginario di Zirma.

Il  Satiro Danzante prima delle operazioni di restauro
Il Satiro Danzante prima delle operazioni di restauro
ll Satiro restaurato, presso ICR, Roma
ll Satiro restaurato, presso ICR, Roma
Museo del Satiro Danzante, Mazara del Vallo (TP)
Museo del Satiro Danzante, Mazara del Vallo (TP)
Satiro Danzante, allestimento, Museo del Satiro Mazara del Vallo (TP)
Satiro Danzante, allestimento, Museo del Satiro Mazara del Vallo (TP)
Dettaglio della  testa del Satiro Danzante, dopo il restauro
Dettaglio della testa del Satiro Danzante, dopo il restauro
Satiro Danzante, particolare del viso con orecchie a punta
Satiro Danzante, particolare del viso con orecchie a punta
Particolare della schiena del Satiro in cui si vede il foro per l'inserimento della coda ferina
Particolare della schiena del Satiro in cui si vede il foro per l’inserimento della coda ferina

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Storia

Esempio di patrimonio sommerso ed emblema di bellezza dell’arte antica mediterranea, fu rinvenuto nelle acque del Canale di Sicilia. Era la primavera del 1997, quando, la motopesca mazarese Capitan Ciccio recuperò una gamba in bronzo che già iniziò a far presagire agli archeologi siciliani (soprattutto al compianto Sebastiano Tusa) e alla Soprintendenza per i beni culturali ed ambientali di Trapani, la possibilità che, in fondo al mare, potesse nascondersi un tesoro di inestimabile valore. Le loro previsioni, si avverarono la notte fra il 4 ed il 5 marzo del 1998, quando, fra le reti del sovra citato peschereccio Capitan Ciccio, fu rinvenuta la statua bronzea. Anche se, purtroppo, un braccio andò perduto durante le operazioni di recupero, fu evidente a tutti, da subito, che si trattava di una statua di grande pregio. I movimenti degli arti rimasti, il modellato e le caratteristiche plastiche fecero comprendere che non si trattava di un oggetto qualunque, restituito dal mare, ma dell’opera di un artista molto abile. 

Satiro danzante, prima metà III sec. a.C., bronzo, Museo del satiro danzante

Restaurato dall’Istituto Centrale per il Restauro di Roma, il 31 marzo del 2003, esso fu, prima esposto nella capitale, a Palazzo Montecitorio e, solo il 12 luglio dello stesso anno, venne restituito al Comune di Mazara del Vallo, che nel mentre, aveva appositamente allestito, nella cinquecentesca Ex Chiesa di Sant’Egidio, un Museo con nome omonimo a quello dell’opera, dove il Satiro è tutt’ora esposto e custodito.

Descrizione

Statua bronzea non integra, di dimensioni superiori al vero, il Satiro Danzante  si è ipotizzato possa essere o l’opera originale di un grande artista greco o una sua copia. L’alta percentuale della sua lega ternaria di piombo, ha fatto ipotizzare possa trattarsi di una statua eseguita in epoca romana (quindi, una copia romana di un originale greco), ma le limitate conoscenze sulla composizione delle leghe nel periodo ellenistico, non ci permette di escludere che esso possa, invece, essere una copia ellenistica di un originale greco (tesi più accreditata). Al di là di questa diatriba, gli studiosi sono, però, tutti concordi sulla sua rappresentazione. Ad essere raffigurato, è un satiro colto durante un’estasi orgiastica, nel corso di un rituale in onore di Dioniso. Poiché, spesso, per l’esegesi delle opere di arte antica – soprattutto  quando i manufatti artigianali ed i capolavori artistici sono privi di dati sul contesto originario, si procede con riferimenti letterari compatibili per effettuare un attribuzione o con riferimenti  iconografici per sostenere un inquadramento cronologico – per l’identificazione del soggetto, per la datazione e l’attribuzione del satiro danzante, ci si è basati principalmente sulle sue caratteristiche tecniche e stilistiche. 

Satiro Danzante, corpo, dopo il restauro

A confermare l’iconografia tipica del satiro, non è stato solo il confronto con altre opere con stesso soggetto, ma anche l’impetuoso dinamismo della statua i cui arti, la posizione della testa, gli occhi spiritati, la bocca aperta (che pare gridare ed invocare il dio), simulano l’estasi dionisiaca tipica delle danze euforiche e sfrenate dei baccanali. Ad ulteriore conferma di ciò, la presenza sulla statua di orecchie appuntite ed il foro di innesto per una coda equina in fondo alle reni, tipiche di un tipo iconografico molto documentato nell’arte sia greca che romana. Proprio grazie a tale documentazione, sappiamo per certa la presenza di integrazioni (purtroppo, disperse e non rinvenute insieme all’opera),  che ci aiutano a ricostruirne l’intera figura. Essi erano il Tirso che il satiro doveva tenere nella mano destra, il Kàntaros che doveva, invece, trovarsi nella mano sinistra e la Pardalide (pelle di pantera), che doveva essere sul braccio sinistro. Le sue grandi dimensioni, soprattutto, se messo a confronto con le altre raffigurazioni dello stesso soggetto, lo rendono però unico nel suo genere. 

Negli anni, dopo la sua scoperta, si è creata tanta bibliografia in merito a quest’opera, ma la mancanza di dati archeologici per risalire al suo contesto originario ed il fatto che le comparazioni fossero principalmente basate su dati stilistici, ha fatto sì che fra gli archeologi si formassero diverse ipotesi, spesso discordanti fra di loro, sia sulla cronologia che sullo stile.

Ipotesi per ricostruire la composizione originaria della statua

 Per lo studioso Filippo Sciacca, il Satiro danzante è colto in una precisa figura ritmica che sprigiona movimento. La statua si poggiava e scaricava tutto il suo peso sulla gamba destra (mancante). Essa sembrava librarsi in aria, come a voler sfidare la gravità. Il problema dell’instabilità della statua, oggi, mancando la gamba destra, è stato risolto dall’allestimento, con una struttura apposita che sorregge l’opera dall’interno, in modo da perpetuare, con questa stabilità/instabilità, l’antico paradosso del tema mitico della figura del Satiro che ebro, oscilla fra l’equilibrio e lo squilibrio. 

La statua si elevava sul piede destro, la gamba sinistra era flessa all’indietro ad angolo retto con il piede sospeso, mentre, la figura si equilibrava con le braccia (ora mancanti), che dovevano essere aperte. La schiena piegava all’indietro ed era flessa sul lato destro, facendo sporgere addominali ed inguine. Mentre, la linea d’alba (ben definita da un solco a S), accompagnava una leggera torsione del busto verso destra. I muscoli lombari erano ben evidenziati e, in quello che è ancora visibile come foro di attacco, era inserita la coda ferina. Staticamente, l’opera,si reggeva su due punti principali: il piede destro, rinforzato esternamente da un oggetto o da un animale affiancato, ed il calcagno sinistro, dove un incasso quadrangolare, forse, faceva alloggiare un tenone di sostegno che assicurava la gamba sollevata da un vicino supporto. 

Per Nicola Bonacasa, invece, la tensione dei muscoli del gluteo e della coscia destra, facevano sì che il maggior sbilanciamento della schiena verso dietro, fosse dato proprio dalla gamba principale, con il piede ben saldo a terra. Mentre, le braccia erano aperte lateralmente, ma dalla posizione dei deltoidi, il braccio sinistro, era più alto del destro, creando una diagonale che incrociava il torso. Cinque piccole tacche realizzate a freddo sotto la spalla destra, servivano, forse, a rendere più stabile la saldatura di un sostegno per un oggetto oggi perduto. Forse, un lembo di nastro del tirso che il Satiro stringeva nella mano destra. 

Ipotesi di datazione e stile

Per lo studioso Paolo Moreno la statua è il celebre Satyros Periboetos di Prassitele, originale greco del V sec. a.C. Il termine Periboetos era utilizzato da Plinio il Vecchio per appellare la statua di Prassitele nella sua Naturalis Historia, ma per Moreno, esso non era traducibile con il significato di colui di cui molto si parla, cioè, famoso, ma come di colui che grida freneticamente. A supporto della datazione da lui proposta per l’opera, è il confronto con un satiro danzante di fronte al dio Dioniso seduto, raffigurato su un vaso attico del IV sec. a.C.

Satiro in estasi, Ricostruzione di Paolo Moreno, disegno di Ilaria Loquenzi

Alain PasquierJean Luc Martinez, studiosi di antichità del Louvre, escludono categoricamente che l’opera possa essere attribuita come originale di Prassitele, poichè la tecnica di fusione della statua sembrerebbe essere più tarda. Anche per Eugenio La Rocca, la datazione dell’opera è da fissare al tardo ellenismo, tra il III ed il II sec. a.C., sia perché l’irruenza del movimento del Satiro, è antitetica con l’idea di armonia che caratterizzava l’arte di epoca classica e le opere di Prassitele, sia perché essa trova, invece, riscontro nei numerosi confronti fatti dallo studioso con raffigurazioni ellenistiche di satiri presenti su piccole statue, rilievi e gemme.

Tentativi di ricostruzione del contesto storico e dei riferimenti culturali

 Claudio Parisi Presicce, nei suoi studi, ha segnalato i limiti della semplice comparazione stilistica, ricordando che, per comprendere la genesi ed il significato di un’ opera d’arte, bisogna, innanzitutto, tentare di ricostruirne il contesto storico ed il quadro di riferimenti culturali. Dello stesso parere era Sebastiano Tusa. Secondo l’ archeologo siciliano, la statua era un capolavoro dell’arte greca nel passaggio dallo stile severo alla liberazione della figura umana dell’ellenismo iniziale. Essa faceva parte del carico di opere trafugate da Alarico a Roma, che fece naufragio tra l’isola di Pantelleria e Capo Bon, negli ultimi giorni dell’Impero. Egli stesso aveva, infatti,  condotto una campagna esplorativa di quel tratto di mare, che già era stato oggetto di ritrovamenti fortuiti di reperti archeologici (soprattutto anfore). Essi, insieme alle attente analisi condotte con i sonar che segnalavano la presenza, sui fondali, di masse anomale (anche metalliche), confermavano l’ipotesi della presenza, in quel tratto di mare, di relitti con carichi che potevano contenere altre opere di grande pregio artistico. Concorde sul dover ricostruire il contesto storico, infine, anche Daniele Castrizio, che, tenendo conto della qualità della statua, della rotta della nave che la trasportava e della grande fortuna del tipo del Satyros Periboetos di Prassitele afferma che: 1. la statua, pur essendo di grandissima qualità, nei particolari, non presenta quei caratteri formali di maestria, da cui possa emergere la mano di un Maestro, ma quella di un abile copista; 2. la rotta della nave, essendo fuori dalle usuali rotte da e per la Grecia, sembra provenire o dirigersi verso Cartagine e ciò potrebbe far ipotizzare che trasportava a Roma una parte del bottino di Cartagine che era stata assediata e conquistata dai romani nel 146. a. C.; 3. il tipo è sicuramente tratto dall’originale di Prassitele, ma è una copia di epoca ellenistica. 

La fortuna della statua di Prassitele è dovuta alle fonti che citano tirso e cantaro nelle mani del satiro, mentre, colto nello slancio della danza con il capo e le abbraccia all’indietro, con la bocca aperta grida evoè in onore di Dioniso. Il nome Periboetos al tipo statuario è dato proprio dalla bocca aperta, poiché sia in Platone, che in altri contesti, il termine sta ad indicare un alto grido. 

Indipendentemente dalle origini, dal fatto che possa essere o meno frutto della mano di un grande artista o di un abilissimo copista, una cosa è certa: la sua bellezza è talmente coinvolgente, da far rimanere senza fiato chiunque si trovi al suo cospetto.

Fonti consultate:

Sebastiano Tusa, Il Satiro danzante di Mazzara del Vallo nel quadro della ricerca archeologica in acque extraterritoriali del Canale di Sicilia, Sicilia Archeologica: XXXVI,101, l’Erma di Bretschineider, 2003;

Filippo Sciacca, Il salto del satiro di Mazara e l’Enthousiasmos dionisiaco, Sicilia Antiqua: International School of Archaeology: XII, Fabrizio Serra Editore, 2015;

Filippo Sciacca, Il Satiro di Mazara: L’Enthousiasmòs e il salto iniziatico, linguaggidipsiche.it, 10/04/20013;

Giuseppe Pucci, Estasi antiche e moderne, i quaderni del ramo d’oro online, n. 3, 2010;

Nicola Bonacasa, Il satiro bronzeo di Mazara fra realtà ed utopia, Sicilia Antiqua: International School of Archaeology: I, Fabrizio Serra Editore, 2014;

Alessandra Mottola Molfino, Viaggio nei musei della Sicilia. Guida ai luoghi,  Gruppo Editoriale Kalòs, 2010,

Daniele Castrizio,  Il Metodo Bronzi di Riace, Laruffa editore, 2015;

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