Le avventure sessuali del padre degli dèi

*in copertina – V.6.12 Pompeii. Dettaglio del ritratto di Leda e il cigno, proveniente dal muro est del cubicolo.


La fama di amatore di Zeus, re dell’Olimpo, padre indiscusso degli dèi, è antica quanto la terra che ne custodisce i racconti. Il signore delle divinità e dei re ha architettato letteralmente di tutto per poter dare libero sfogo ai suoi animaleschi istinti sessuali. Di fatto possiamo considerarlo, parafrasando le parole di Eva Cantarella, l’archetipo della mascolinità tossica e dello stupro seriale

Prima di iniziare a raccontarvi le tre storie che ho selezionato, è necessario fare una brevissima precisazione. I Greci dell’antichità, usavano diversi termini per fare riferimento all’amore, contrariamente a quanto succede nella nostra lingua.  Ognuno di essi conteneva delle differenti declinazioni del sentimento.

Quello a noi certamente più familiare è eros – che scioglie le membra, dolceamara invincibile fiera. Eros veniva inteso come il desiderio sessuale irrefrenabile. Insieme ad esso, l’altro termine ad essere utilizzato era philia, con riferimento ad un trasporto più tranquillo, meno sconvolgente, quasi amicale. I Greci pertanto consideravano philia il legame tra due persone dello stesso sesso, ma anche il sentimento tra marito e moglie, che di fatto prevedeva dei rapporti sessuali, ma senza alcuna implicazione di carattere passionale. 

Zeus nell’atto di rapire una donna, pittura a figure rosse, ca. 380-380 a.C. – proveniente da Vulci, consevato presso i Musei Vaticani

Di regola, le storie che hanno come protagonisti gli dèi riguardano principalmente relazioni fugaci che poco o niente hanno a che vedere con il sentimento amoroso. E naturalmente quel manigoldo del padre e re degli dèi e le storie che lo riguardano sono la palese dimostrazione che si tratta di transitorie infatuazioni, spesso – se non sempre – racconti che oggi definiremmo di stalking con stupro. 

Callisto, la più bella

Callisto era compagna di caccia di Artemide, portava abiti uguali a quelli della dea e le aveva giurato di rimanere vergine. Ma Zeus si innamora di lei e a lei si unisce contro la sua volontà, assumendo le sembianze di Artemide, secondo alcuni, di Apollo, secondo altri. Perché Era non la scoprisse tramutò la fanciulla in orsa. Ma Era persuase Artemide a colpirla con le sue frecce come fosse una belva feroce. C’è chi dice che Artemide la uccise perché non aveva conservato la sua verginità. Quando Callisto morì, Zeus prese il suo bambino: lo affida a Maia perché lo allevi in Arcadia e gli dà nome Arcade. Poi trasformò Callisto in una costellazione e la chiamò Orsa Maggiore.


Pseudo-Apol., Bibl. III; trad. di Maria Grazia Ciani 

Questa appena riportata è la versione del mito di Callisto narrata dallo Pseudo-Apollodoro (I sec. a.C.), che riprende a sua volta quella raccontata da Pausania (II sec. a.C.) nella Periegesi della Grecia.
Noto già ad Esiodo, il mito di Callisto si presenta nella letteratura greca e latina con minime varianti che riguardano più che altro il nome del padre della ragazza. 

Callisto era una ninfa dell’Arcadia: le fonti latine la ricordano come Nonocrina virgo, dalla montagna Nonacride in Arcadia dove viveva. Era la compagna di caccia preferita da Artemide, secondo la maggior parte delle versioni. E, sostanzialmente, la versione dello stupro con bonus-trasformazione come ce la racconta Apollodoro è quella che mette d’accordo tutti gli antichi. Per quanto riguarda l’iconografia, Pausania fa riferimento a delle statue della ninfa sull’Acropoli e a Delfi (​​Paus. I, 25, 1 e X, 9, 5) e potrebbe essere lei la giovane nella nekya di Polignoto, dove viene rappresentata seduta su una pelle d’orsa (Paus. X, 31, 10).

Quadro con Diana e Callisto da Pompei, vii 12, 26. Casa di L. Cornelius Diadumenos, parete ovest

Nell’iconografia romana, le attestazioni pittoriche che di norma fanno riferimento al mito di Callisto sono quattro quadri di Pompei che raffigurano una giovane cacciatrice che conversa con una figura femminile abbigliata per la caccia, di solito ricondotta a Diana per la presenza di arco e faretra appoggiati a terra.
Di fatto quella di Callisto è una delle non molte storie di catasterismo – ascesa al cielo, tramite trasformazione in astro – del mito (un altro esempio narrato come anche questo da Ovidio nelle Metamorfosi  è la trasformazione della corona di Arianna in Corona boreale). Callisto gode tra l’altro di doppia trasformazione di doppia metamorfosi (donna-orsa, orsa-costellazione).
Ma vediamo come Ovidio nelle Metamorfosi ci racconta la violenza subita dalla giovane: 

Basta che Giove la veda, spossata e indifesa,
per dirsi: «Mia moglie non verrà certo a conoscerlo,
quest’intrigo, e se poi lo saprà, ah, vale bene un litigio!».
Subito indossa figura e attributi di Diana

e chiede: «Ragazza, diletta fra tutto il mio seguito,
per quali gole hai cacciato?». La ragazza si leva dal prato
e: «Salute», risponde, «dea a mio parere più grande
(dovesse pure sentirmi) di Giove». Lui ascolta e sorride:
lo diverte sentirsi anteposto a sé stesso, e le bacia la bocca
senza il ritegno dovuto, e non come bacia una vergine. 
Lei si prepara a narrargli in che boschi ha cacciato; 
lui la interrompe abbracciandola, e in pieno stupro si svela. 
Lei, certo, resiste, quanto almeno può farlo una donna
[…]
lei, certo, combatte; ma contro un uomo può farcela 
una ragazza, o chi contro Giove? Trionfante risale nell’alto etere
Giove; ma lei prova orrore per il bosco e la selva a lui complice, 

e scappa di là […]. 

trad. di Ludovica Koch 

Il signore degli dèi – come sempre tramite l’inganno – punta sulla devozione e fiducia che la ragazza nutre nei confronti della sua dea. Una volta riuscito ad avvicinarsi abbastanza alla ninfa, il gioco è fatto: la ragazza viene di fatto deflorata e abbandonata in preda alla disperazione. Il racconto di Ovidio è vivido e ci mostra persino il vano tentativo di resistenza di Callisto. Ma ieri come oggi contro un uomo può farcela una ragazza?

Leda, la Testiade

Da Tindaro e da Leda nacque Timandra, che sposò Echemo, e Clitennestra, che sposò Agamennone, e poi ancora Filonoe che Artemide rese immortale. Zeus, sotto forma di cigno, si unì a Leda e, nella stessa notte, si unì a lei anche Tindaro: da Zeus nacquero Elena e Polluce, da Tindaro Castore ‹Clitennestra›. Alcuni dicono però che Elena era figlia di Zeus e di Nemesi. Nemesi, per sfuggire a Zeus, si mutò in oca, ma Zeus prese la forma di cigno e si unì a lei. Dall’unione Nemesi partorì un uovo che un pastore trovò nei boschi e portò in dono a Leda; Leda lo custodì in un’urna e, a tempo debito, nacque Elena che lei allevò come sua figlia.

​​Pseud-Apoll., Bibl., III, 10. 6-7; trad. di Maria Grazia Ciani

Le versioni del mito di Leda, figlia di Testio e moglie del re spartano Tindaro, sono diverse. Come si intuisce già dalle parole dello Pseudo-Apollodoro, è la progenie divina a mettere in disaccordo la tradizione.
Euripide
, ad esempio, nella sua Elena pare seguire la tesi che fa della regina spartana la figlia di Leda e non di Nemesi (sui  due personaggi tornerò tra pochissimo): 

Raccontano che Zeus volò da mia madre, Leda, 
prendendo forma di cigno braccato da un’aquila, 
per entrare nel suo letto con l’inganno, se è vero quello che dicono. 

vv. 19-21, trad. di Angelo Tonelli

Ad essere in dubbio è la natura fantastica dell’evento, di fatto non la maternità di Leda.

V.6.12 Pompeii. Dettaglio del ritratto di Leda e il cigno, proveniente dal muro est del cubicolo

Secondo alcune interpretazioni del mito, Zeus, sempre con sembianze di cigno, si rifugiò, essendo inseguito da un’aquila (espediente ordito per unirsi alla dea) nel grembo di Nemesi – trasformatasi per sfuggirgli prima in pesce, e infine in oca – e abusò di lei (Pseudo-Hyginus, Astronomica 2. 8); a quel punto Nemesi depose un uovo, che una delle tante versioni racconta essere stato messo da Ermes tra le cosce di Leda. Quest’ultima avrebbe così dato alla luce Elena (Callim. Hymn. in Dian. 232; Paus. I 33. § 7). Ma un’altra versione ancora, rifacendosi a quella più comune, aggiunge che Leda, dopo essere stata violata da Zeus-cigno sulle rive del fiume Eurota, depose un uovo dal quale nacquero Elena, Castore e Polluce, e che in seguito ascese tra gli dèi col nome Nemesi.
Leda non è in effetti una parola greca: presso i Lici, popolo dell’Asia Minore, il termine lada ha il significato di donna (Kerényi, 2015). Ed è plausibile che Zeus si fosse unito ad una dea (Leda-lada) che era semplicemente la prima creatura donna-lada

Specchio con Leda e il cigno, da Boscoreale, argento lavorato a sbalzo, inizi del I secolo d.C., conservato a Parigi, Musée du Louvre

Sul versante iconografico, Leda e la sua storia hanno avuto grandissima fortuna nell’immaginario occidentale: la versione più celebre è quella in cui Leda è rappresentata appoggiata ad una roccia, mentre stringe a sé il cigno. La rappresentazione di Leda è piuttosto frequente nella pittura sia greca che romana, e si diffuse in modo particolare durante il periodo dell’ellenismo.

Leda e il cigno, I sec. d.C.

Nell’affresco, risalente al I sec. d.C., qui sopra, la bella regina spartana si mostra mentre cammina velocemente, con le vesti che si aprono mosse dal vento e che scoprono il seno, in un braccio tiene il cigno.

Ganimede, il più bello fra tutti gli uomini

Erittonio generò Troo, re dei Troiani; da Troo nacquero tre nobili figli, Ilo, Assaraco e Ganimede, simile a un dio, che era il più bello fra tutti gli uomini; per questa bellezza gli dèi lo rapirono in cielo, perché fosse coppiere di Zeus e vivesse fra gli immortali.

Hom. Il. XX, vv. 231-235; trad. in prosa di Maria Grazia Ciani

La versione del mito di Omero appena riferita presenta qualche diversità  rispetto ad alcune altre varianti posteriori.

Ganimede e l’Aquila, mosaico Greco-Romano da Paphos, Kato Paphos Parco Archeologico

Taluni autori più tardi riferiscono che Zeus in persona rapì Ganimede, assumendo le sembianze di un’aquila (Ovid, Metamorphoses 10. 152 ff; Nonnus, Dionysiaca 10. 308 ff), o forse servendosi della propria aquila divina.

Il re degli dèi s’innamorò una volta di Ganimede
di Frigia, ed escogitò di diventare qualcosa che gli piacque 
di più dello stesso esser Giove. Ma non in altro uccello degnò 
di mutarsi se non in quello capace di portare i suoi fulmini.
Detto fatto: battendo l’aria con penne mendaci
rapisce il troiano, che ancor oggi riempie le coppe
e serve a Giove il nettare spiacendo a Giunone. 

Ovid. Met. X, vv. 155-161; trad. di Gioacchino Chiarini
Zeus e Ganimede, terracotta – ca 480-479 aC., conservato al Museo Archeologico di Olimpia

Il racconto della storia tra Zeus e Ganimede non è quello di un’avventura o di uno stupro. Furono sostanzialmente una coppia di fatto, esempio della coppia pederastica (da pais/ragazzo ed erao/amo) greca di adulto e ragazzo tra i tredici e i diciassette anni. Naturalmente, al giorno d’oggi una situazione come questa farebbe di Zeus un pedofilo senza attenuanti, ma a quei tempi la pederastia aveva una funzione di rilievo nella formazione dei giovani, per dirla a modo loro nella  paideia.La storia tra Zeus e Ganimede causò non poche conseguenze negative nell’andamento della guerra di Troia. Il ragazzo di stirpe troiana era diventato causa della irriducibile gelosia di Hera, moglie di Zeus, e questo dettaglio bastò a rendere Troia nemica giurata della dea. 

Il padre di Ganimede, invece, disperato per la perdita del figlio, pare si sia presto consolato con un dono resogli da Zeus di alcuni bellissimi cavalli divini.

In verità, il saggio Zeus rapì il biondo Ganimede 
per la sua bellezza, affinché vivesse tra gl’immortali 
e nella dimora di Zeus versasse da bere agli dei 
– prodigio a vedersi, onorato da tutti gl’immortali – 
attingendo il rosso nettare dal cratere d’oro. 
Un dolore inconsolabile invase l’animo di Troo, che non sapeva 
dove il turbine divino gli avesse rapito suo figlio: 
da allora egli lo piangeva sempre, ininterrottamente. 
E Zeus ebbe pietà di lui, e gli diede, in compenso del figlio, 
cavalli dal rapido passo, di quelli che portano gl’immortali. 

Hom. Hym. Aphr., V, vv. 202-211; trad. di Filippo Càssola

Fonti consultate

Barchiesi, Alessandro, and Ludovica Koch. 2005. Metamorfosi: libri I-II. Fondazione Lorenzo Valla.

Cantarella, Eva. 2018. Gli amori degli altri. La nave di Teseo. 

Càssola, Filippo. 1975. Inni omerici. Fondazione Lorenzo Valla.

Ciani, Maria Grazia, and Elisa Avezzù. 2007. Iliade. Testo greco a fronte. Marsilio Editori.

Fasciano, Domenico. 1992. “Gli amori di Zeus.” Rivista di cultura classica e medioevale: 263-301.

Kerényi, Károly. 2015. Gli dei e gli eroi della Grecia. Il saggiatore.

Reed, D., Joseph, and Gioacchino Chiarini. 2013. Metamorfosi: libri X-XII. Fondazione Lorenzo Valla.

Scarpi, Paolo, and Maria Grazia Ciani. 2008. I miti greci:(Biblioteca). Fondazione Lorenzo Valla.

​​Tonelli, Angelo. 2007. “Eschilo, Sofocle, Euripide.” Tutte le tragedie, Milano.

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