Issa Kobayashi

Considerato tradizionalmente tra i quattro migliori poeti di haiku, insieme al puro, filosofico Basho, l’elegante, pittorico Buson e il viscerale, esuberante Shiki, Issa Kobayashi non ebbe epigoni o imitatori. Visse in gravi ristrettezze economiche nel medio-tardo periodo Edo (1763-1828 le date di nascita e morte), prese moglie in tarda età e sopravvisse a tutti: vide morire i figli e poi la moglie, uno dopo l’altro. Disdegnava le immagini convenzionali della poesia precedente, sosteneva che era tempo di abbandonare peonie e lune tra le nubi, perché le verdi glume dell’orzo le trovava più commoventi (Lagazzi-Riccò: 1996).

Naturalmente, il dialogo coi poeti precedenti e contemporanei salta in qualche modo all’occhio: scrisse migliaia di haiku sulle rane, sugli insetti, sulle zanzare; in alcuni la mente va subito alla diversa reinterpretazione delle immagini usate dai predecessori. Così un haiku come (traduzioni di Mario Riccò):

A guardarmi fisse
trascorrete la vita –
o rane.

non può non ricordare, come un commento insieme fulminante e ridicolo, il famoso haiku di Basho che rappresentava la rana che si gettava nello stagno – e il suono che ne seguiva – come allegoria del tempo e della sua percezione, la percezione del dibattuto eterno vuoto dell’interminabile passato e la (apparente) mancanza di giudizio sullo stesso in chiave buddista; così come ci ricorda del pari, da altra prospettiva, la risposta sorniona di Ryokan a Basho, che rappresentava la rana, un nuovo stagno e nessun rumore.

Altrove ricorda le speculazioni di Zhuangzi sul piccolo e sul grande – il grande non riesce a vedere il piccolo, il piccolo ride del grande; viceversa e altro ancora a spirale (Cheng: 1997; Jullien: 1995; Granet: 1934) fino alla confusione delle categorie – con, e silentio, un senso di impaccio e dolore per la mancanza di compassione e la durezza (e oltre così), come nel seguente:

Non colpire la mosca –
che soffrega le mani
che stropiccia i piedi.

Haiku in cui molti commentatori videro (anche) la rappresentazione del gesto (il soffregare le mani) di preghiera della vecchiarella superstiziosa che pregava Kannon (la reinterpretazione giapponese della cinese Guanyin, “Colei che Ascolta i Lamenti del Mondo”, che era la reinterpretazione, con cambio di sesso, del bodhisattva Avalokiteśvara), senza grande comprensione del messaggio, dunque, buddhista, data la equiparazione a dèi e dee tradizionali.

Altrove la classica rappresentazione della “comprensione” (le ombre autunnali) assume il sapore penetrante dell’immagine spezzata:

Vento autunnale –
e l’ombra dei monti
barcolla.

Fino al gioco dell’assurdo che è assurdo in quanto rappresentazione della percezione dell’assurdo (e quasi dunque un tema/kōan proprio perché espresso nello stilema relativo):

Dalle narici
del Buddha colossale
la nebbia di stamani.

Così capita, tra le migliaia di haiku, che descriva la povertà del suo villaggio:

Confuso miscuglio –
magre pulci magre zanzare
e bimbi magri.

Così la morte della moglie:

Come sono grandi
gli alberi del bosco
ora che non ci sei.

Così, infine, implicitamente, la vita:

Da una tinozza
a una tinozza –
senza senso.

Poiché, notano i commentatori, ci lavano quando nasciamo e ci lavano di nuovo quando moriamo: che senso ha la vita?


Fonti consultate

brevi notizie biografiche in:

P. Lagazzi, M. Riccò (a cura di), Il Muschio e La Rugiada, Milano 1996

“metodo a spirale” cinese e poi estremo-orientale in:

A. Cheng, Histoire de la Pensée Chinoise, Parigi 1997

F. Jullien, Le Détour et l’Accès. Stratégies du Sens en Chine, en Grèce, Parigi 1995

M. Granet, La Pensée chinoise, Parigi 1934

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