Il personale è politico*

*sintesi di un concetto enunciato ed argomentato dalla femminista Carol Hanish (1970)

**immagine di copertina: © Tracey EminMy Bed (1998)


Bentornati nella città di Zirma, cari zinereaders. Abbracciamo ancora una volta l’autunno – che spazzi via la torbida e torrida estate e ci doni un’occasione nuova per ricominciare!

Cosa ci lasciamo alle spalle? Cosa ci aspetta da qui in avanti?

Ho voluto titolare questo scritto di (ri-)benvenuto Il personale è politico perché è un concetto denso di significato, che può darci un magnifico spunto per operare questa rinascita. Il motto in questione è estrapolato da un articolo della femminista Carol Hanish sulla rivista «Notes from the Second Year: Women’s Liberation» del 1970, e recita così:

I problemi personali sono problemi politici. Non ci sono soluzioni personali in questo momento. C’è solo un’azione collettiva per una soluzione collettiva.

Ma cosa vuol dire Il personale è politico?

Vuol dire innanzitutto che non siamo soli. Vuol dire che quella attività pomposa (dai tratti quasi cabarettistici) che si svolge tra le mura di grandi e sontuosi palazzi – aka LA POLITICA – riguarda ognuno di noi. Vuol dire che è ora di mettere da parte l’inadeguatezza ed il senso di impotenza nei confronti di ciò che ci sembra più grande di noi e prendersi la responsabilità dell’azione singola e collettiva. Vuol dire anche che se il personale smette di essere solo personale, allora il problema è della comunità politica, ed è quest’ultima a dover agire (e noi con essa).

Prendiamo ad esempio l’installazione dell’artista britannica Tracey Emin, intitolata My Bed, che fa da copertina a questo articolo e che vi ripropongo qui di seguito.

L’opera qui sopra rappresenta nient’altro che lo stato del letto dell’artista a seguito di un episodio depressivo. Si direbbe che la questione dietro l’opera sia di natura personale – per quale motivo, dunque, un letto disfatto circondato da bottiglie vuote e cianfrusaglie/spazzatura è stato esposto alla Tate Gallery nel 1999, selezionato per il Turner Prize (e venduto per circa 2,5 milioni di sterline)? Qualcuno storcerà il naso e tuonerà Questa non è arte! Io vi dico che lo è, ed aggiungo – per ribadire un concetto molto caro alla recentemente scomparsa Michela Murgia (a cui torneremo tra poco) – che tutto è politica. Ergo, anche e soprattutto l’espressione artistica. Cosa è l’espressione artistica (visiva, scritta, parlata, cinematografica, digitale etc.) se non una narrazione della realtà che ci circonda, volta a scatenare un sentimento (di qualsivoglia natura) e anche a sensibilizzare chi la fruisce? Una raffigurazione del personale che riguarda la comunità politica, quindi la società.

Tornando al cosa ci lasciamo alle spalle, un grande scossone, anch’esso di natura politica, è stato causato quest’estate dalla morte della scrittrice sarda Michela Murgia – il grande clamore mediatico, suscitato nell’occasione luttuosa (e negli anni) dalle sue opionini anticonformiste, ha scatenato un bel po’ di sana e salutare caciara. Ma partiamo dal principio.

Michela Murgia ha scritto tantissimi libri tradotti in molte lingue – è stata una scrittrice e femminista audace che ha prodotto narrativa, ma soprattutto saggistica militante e femminista. Uno dei suoi lavori più riusciti si intitola STAI ZITTA e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, edito per Einaudi. Il saggio prende spunto da un’esperienza personale dell’autrice, che si è sentita gridare stai zitta! dal noto psichiatra Raffaele Morelli, contraddetto in radio durante un’intervista.

In riferimento allo spiacevole episodio, la scrittrice ha dichiarato su «Vanity Fair»:

Ho perso il conto delle volte in cui qualcuno mi ha detto che le battaglie sul linguaggio sono marginali e che, con tutto quello per cui occorre ancora lottare, è fuorviante e persino dannoso andare a fare pignolerie proprio sulle parole. Il sottinteso è che le parole non contino niente e forse è per questo che in troppi le usano senza prendersene mai la responsabilità. Sottovalutare i nomi delle cose è l’errore peggiore di questo nostro tempo, che vive molte tragedie, ma soprattutto quella semantica, che è una tragedia etica.

Ecco, questo riferimento mi ha scatenato un paio di riflessioni. La prima riguarda l’importanza del linguaggio nella comunicazione politica – si veda, a titolo d’esempio, la figura tapina della leader del Partito Democratico, ospite nella trasmissione televisiva di Lilli Gruber, dimostrativa di un problema comunicativo nella sinistra italiana, che permette alle tendenze populiste di crescere ed incancrenirsi nel tessuto sociale del Paese:

La seconda riflessione mi porta un po’ più indietro nel tempo e mi ricorda la storia dimenticata della divinità arcaica romana Tacita Muta.

Tacita Muta era una divnità infera – la sua storia è raccontata da Ovidio nei Fasti. In realtà, Tacita era nata Naiade, figlia del fiume Amone e, a quei tempi, si chiamava Lara (da laleo, che in greco antico significa parlare). Un nome parlante a tutti gli effetti, come parlante e non tacita era Lara. Ahimè, però, la ninfa parlava troppo e a sproposito – Ovidio racconta che, un giorno, svelò alla sorella Giuturna l’amore che Giove provava per lei. Per tutta risposta il padre degli dèi, la punì con il silenzio, strappandole la lingua. Ma questa punizione non era sufficiente per il dio, così decise di spedirla, sotto la custodia di Mercurio, nel Regno dei morti. Mercurio non si lasciò sfuggire l’occasione e, durante il viaggio, la stuprò, costringendola a partorire i due gemelli, conosciuti come Lares compitales, che sorvegliavano i confini dell’Urbe.

Affresco di larario con Lari danzanti, Genio della famiglia sacrificante, e serpenti agathodemoni, da Pompei (VII.6.38), oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Lara, divenuta Tacita Muta, veniva, dunque, celebrata ogni anno a Roma, il 21 febbraio, come dea del Silenzio. Una storia piuttosto significativa che ci fornisce una chiave di lettura importante: secondo gli antichi Romani, Tacita aveva usato la parola a sproposito, facendone cattivo uso non per un tratto personale della ninfa, ma per un difetto nel carattere della donna. Il logos – sia per i Greci che per i Romani – non era uno strumento adeguato ad una donna, perché non sapeva farne buon uso. Del resto, fu il tragediografo greco Sofocle, nell’Aiace, a scrivere: Alla donna il silenzio reca grazia.

Ad ogni modo, ad opporsi alla figura della dea del Silenzio, c’era il dio Aius Locutius (dai verbi latini aio e loquor, entrambi col significato di parlare). L’unica volta che parlò, avvertì i Romani del pericolo rappresentato dai Galli. L’uomo, pertanto, parla con criterio, gli va dato credito, alla donna no. Una storia dicotomica che ci fa riflettere sui secoli di sottomissione della donna e di censura della parola femminile, che, come ci ha ricordato numerose volte Michela Murgia, sussiste ancora oggi.

Questo nostro è, quindi, un invito alla riflessione sul potere della lingua. Comprendere che quanto esprimiamo sia una proiezione del nostro personale, e di conseguenza una proiezione politica, ci fornisce uno strumento (politico, appunto) potente per agire ed influire attivamente nella comunità globale.

Con esempi sul cattivo uso del linguaggio potremmo riempire pagine e pagine, bastino come monito le infelici e insopportabili parole del compagno del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, Andrea Giambruno, ora conduttore della trasmissione televisiva Diario del Giorno su Rete4. La first lady, in merito al recente stupro di Palermo, ha osservato senza pudore:

Se vai a ballare, tu hai tutto il diritto di ubriacarti. Ma se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti anche di incorrere in determinate problematiche perché poi il lupo lo trovi.

Le inascoltabili parole di Giambruno mi forniscono l’asset perfetto per annunciarvi il tema del mese di ottobre, che sarà dedicato ad horror e terrore. Seguiteci, buona rinascita a tutt*.

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