Trash, ma non troppo

Durante il mio lavoro per lo zine, mi capita di vedere leggere ascoltare di tutto. Ma proprio di tutto. Considerato che principalmente ci occupiamo di divulgare saperi: be’ dovreste anche sapere che ci sono saperi che sarebbe meglio non sapere.
In quest’ultimo periodo mi sono imbattuta in questi lavori che trovate di seguito, e la deferenza che nutro nei riguardi della conoscenza mi ha portata fin qui: non ho saputo resistere.

Una cosa, però, voglio precisarla: ricordate sempre di esprimere la vostra opinione soltanto dopo aver sperimentato in prima persona.

Quando la cover da omaggio diventa scempio: Imagine di Yoko Ono

Esistono cover e cover! Ci sono quelle che ami da subito quanto il brano originale da cui derivano e quelle che, invece, ti fanno domandare perché? Una di queste è la cover di Imagine di John Lennon cantata da Yoko Ono. “Yoko Ono è la più famosa artista sconosciuta del Mondo: tutti conoscono il suo nome, ma nessuno sa cosa fa” dichiarò Lennon sulla moglie! E lo sarebbe rimasta (sconosciuta), se non avesse incontrato il più famoso dei Beatles. Con ciò non si vuol demonizzare Yoko Ono né perpetuare l’odio di chi vede in lei la causa dello scioglimento della band. Anzi, si riconosce il ruolo di musa e complice nella creazione di quella che è stata una delle fasi più proficue e sperimentali del genio di Lennon: è lei che insegna a lui come usare la sua fama per trasmettere al pubblico importanti valori umani e sociali. Ma è innegabile che la sua fama derivi da lui, sia come artista che come musicista. Grande attivista politica a favore di cause femministe, pacifiste e dei diritti dei gay, inizia la sua carriera di artista concettuale prima di conoscere il marito, ma era già snobbata e poco considerata, nonostante la sua partecipazione al Movimento Fluxus. Ma i campi in cui si lancia sono troppi, ottenendo sempre scarso favore di critica. Uno di questi è quello musicale. 

Dopo vari album registrati con Lennon, da solista  registra ben 28 album. Il primo si intitola Yoko Ono/Plastic Ono Band, dove esplora il primal scream (le urla più primitive, forse influenzate dal teatro Nō giapponese), e la canzone più famosa è Why ( in cui urla la parola why per 5 minuti). Nel 2018, nei giorni in cui nelle sale esce la versione restaurata del film Imagine (diretto ed interpretato da Lennon e Ono nel 1972) per il 78esimo compleanno del marito, decide di omaggiarlo caricando su youtube un video con la sua versione del brano. Nel 2017 aveva ottenuto il diritto di percepire un credito da autrice per il pezzo e, al di là del risvolto commerciale di questo omaggio (dato che ella descrizione del link su Youtube si chiede di acquistare il pezzo), la Ono risulta  sgradevole e stonata, quasi da far sanguinare le orecchie. La voce è altissima, rispetto alla parte strumentale, l’accento è fortissimo e quasi caricaturale e l’arrangiamento ambient, sembra casuale più in sintonia con le nuvolette e le scritte del video che con l’armonia del testo.

Insomma, un disastro che più che commuovere ed omaggiare, ci fa venire da piangere e chiedere why why why why?!

Si stava meglio, quando si stava peggio: La signorina nessuno di Giorgia Soleri

Il libro La signorina nessuno della modella e influencer Giorgia Soleri – edito pochi mesi fa dalla coraggiosa casa editrice Vallardi – ha dato il via a dibattiti tra gli scrittori, e non solo.
Quelli a favore della Soleri hanno battezzato il libro come una ventata d’aria fresca, quelli ostinatamente contro hanno tuonato questa non è poesia! 


E come dare torto a questi ultimi?

Ma, dare giudizi per partito preso, non è corretto; ecco un esempio così che possiate giudicare voi stessi: 

Da bambina
mi sono sentita spesso ripetere 

di non giocare col fuoco.
Ingenua,
attratta dalle fiamme
ho lasciato che questo corpo
bruciasse d’amore 
per te.

Mi pare di capire che non abbia granché imparato la lezione. A bruciarla adesso è il fuoco sacro della poesia!
Quello che leggo mi sembra un pensierino – plausibile, certo – con degli a capo casuali e un lessico, di fatto, banale, senza ritmo, che non aggiunge né toglie al panorama poetico contemporaneo.
Sarò totalmente onesta: nel volume della Soleri ci sono delle idee buone e molte immagini acerbe, ma virtuose che testimoniano le letture poetiche di Giorgia. 

Ma La signorina nessuno – già dal titolo – sembra proprio l’ennesima trovata marketing,  a cui difficilmente rusciremo ad abituarci. Soprattutto se riguarda il settore editoriale della poesia  (sono sicura che più di qualcuno, tra coloro che da anni propongono i propri lavori poetici alle case editrici, sia adesso in terapia).
Un fenomeno del tutto simile è capitato con Rupi Kaur nei paesi anglosassoni. La Kaur è adesso al suo terzo libro di poesie instagrammabili, speriamo solo che Giorgia non segua il suo esempio. O meglio, cercando di rendere la critica costruttiva, ci auguriamo che usi la sua influenza per portare avanti le importanti battaglie  informative sulla vulvodinia e sulle malattie femminili

Accostare la Soleri alla Merini – come hanno fatto molte testate giornalistiche – è da mentecatti: a dir poco un eufemismo, visto che si tratta, volendo essere gentili, di caption di Instagram da accompagnare alle foto dell’ultimo outfit. 

In conclusione, La signorina nessuno è un libro acerbo, che racconta, banalizzandolo, un amore tossico, tra i drammi esistenziali della generazione Z, e che poteva sfruttare un canale meno complesso per la distribuzione del messaggio, o di cui addirittura potevamo fare a meno.
Se un merito si può riconoscere alla Soleri scrittrice, è quello di aver spalancato le porte dell’editoria alla poesia. Se di merito effettivo o di rovina si tratti, lo scopriremo presto.

Death magnetic dei Metallica 

L’album dei Metallica “Death Magnetic”, uscito nel 2008 dopo un’assenza discografica di ben cinque anni, venne considerato fin da subito come il  prodotto di una band ormai in decadenza. 

La copertina dell’album infatti raffigura una bara,”simbolo” della consapevolezza di non essere più i leoni d’un tempo, ma dal testo di “Broken Beat and Scarred” si evince che i musicisti ancora stringono i denti:

Breaking your teeth on the hard life comin’ / show your scars / breaking your life, broken, beat and scarred / but we die hard.

I quattro cavalieri arrugginiti, lucidate le armature, vendono cara la pelle.

Questo album, all’epoca voleva essere considerato come quello del rilancio definitivo della band, ma in realtà fu un conclamato fiasco che divise i fans:  a qualcuno piacque incondizionatamente (forse per partito preso, chissà), altri lo disprezzarono in maniera categorica, altri ancora lo classificarono come un lavoro che supera di poco la sufficienza.  

Ma la reale pecca del disco è dal punto di vista ingegneristico del suono: il volume dell’album è talmente alto da risultare compresso. Questo si traduce materialmente in una fatica nell’ascolto del disco dall’inizio alla fine. La causa è da ricercarsi nel fenomeno della Loudness war.

La Loudeness War è la tendenza dell’industria musicale a produrre musica anno dopo anno con livelli di volume progressivamente più alti per creare un suono più forte rispetto a quello dei concorrenti. Secondo quanto riportato dall’Institute of electrical Engineers pare che dalla metà degli anni ‘80 fino ad oggi, la media del volume è aumentata di circa 10 volte.  La battaglia non avviene soltanto mediante il supporto musicale fisico – per intenderci CD, radio – ma anche sui cosiddetti canali di divulgazione della musica liquida, ad esempio Spotify, oppure mediante piattaforme di acquisto come iTunes, Beatport o Bandcamp. Oggi si tende a divulgare mediante il controllo del volume che deve essere ottimizzato per essere riprodotto sui nuovi dispositivi Smartphone.

Ma per quanto riguarda Death magnetic, il discorso è a parte:
l’album è stato concepito in un periodo in cui  avevano preso piede da poco i canali di musica liquida, perciò l’intero album stampato su CD  ha subito una lavorazione che invece di migliorare l’ascolto gli ha fatto perdere “qualità”. 

Come si può notare infatti dallo spettro di ogni singola traccia, non è possibile distinguere le basse dalle medie e dalle alte, che risultano tutte insieme in un unico blocco, rendendo l’ascolto faticoso per l’orecchio. Ci si può accorgere di ciò  soprattutto quando l’ascolto avviene con un impianto Hi-fi o con cuffie o auricolari.

Diabolik (2021)

Volete sapere come potreste letteralmente buttare i vostri soldi? Avete mai avuto la tentazione di alzarvi dalla poltroncina del cinema (di per sé già abbastanza scomoda) perché il film che stavate vedendo era terribile? Se già questo accade raramente, quando si verifica per un film che ci si aspettava fosse un potenziale capolavoro questo può decisamente rovinare una serata che si prospettava estremamente soddisfacente.

Se doveste vedere il film Diabolik, opera dei celebri Manetti Bros, potreste provare esattamente le stesse sensazioni appena descritte.

Grande era l’attesa per il riadattamento di una delle avventure del celebre cattivo dei fumetti, alla luce del cast scelto per interpretare i protagonisti. Interpreta Diabolik, infatti, l’orgoglio nostrano Luca Marinelli, al quale, al di là di tutto, la tuta nera aderente dona molto. Anche l’ex Miss Italia Miriam Leone, nei panni di Eva Kant, appare comunque sfavillante e in ottima forma; lo stesso si può dire del grande Valerio Mastandrea, che per l’occasione è diventato l’ispettore Ginko, che a tutti i costi tenta di smascherare uno dei ladri più celebri dell’animazione.

Il punto è proprio questo: ci si aspettava davvero troppo. E l’aspettativa è stata incredibilmente delusa.

Dopo solo poche scene, l’amore scoppia rovente tra i due, che si cimentano in un appassionatissimo bacio falso come un Rolex venduto alle bancarelle del mercato. Le disavventure che capitano durante il corso della pellicola ai due (tra cui, tra l’altro, l’arresto di Diabolik) vengono incredibilmente superate. Il problema è che al momento esatto in cui capitano è immediatamente evidente (e, dunque, estremamente scontato) che se la caveranno. Anche se Diabolik viene arrestato. Anche se per recuperare l’originale del Diamante Rosa, il gioiello prezioso di Eva che lei aveva venduto per pagare chi la minacciava di rivelare informazioni compromettenti su di lei, Diabolik è costretto a rapinare una banca dove rischia di rimanere affogato. Anche se sono costretti a fuggire a bordo di una barca salvandosi per un pelo dalle grinfie di Ginko. Il finale, poi, risulta davvero scontato: mentre salpano verso rotte ignote, Eva butta in mare il vero Diamante Rosa, dicendo a Diabolik che preferisce liberarsi di un oggetto che le procura solo dispiaceri e le fa tornare alla mente brutti ricordi. Eva conclude dicendo che il suo futuro è ormai solo con lui, Diabolik, facendo così terminare in un mare di ovvietà il film.

Luca, rimani sempre uno dei volti della rinascita del vero cinema italiano, ma ti prego, Diabolik mai più!

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