Fare letteratura con ritmo e ironia. Intervista a Cristina Venneri

Ad un anno esatto dall’uscita di Corpomatto, Cristina Venneri indefessa cultrice degli universi letterari – mi racconta com’è stato quest’anno da autrice edita, parla di letteratura e di lingua letteraria. Viva vivida e fremente la scrittura di Cristina ci ricorda una tradizione letteraria italiana completamente estranea alle miracolose improvvisazioni dei parvenu autodidatta dell’era social. Una tradizione letteraria, la cui cifra stilistica si misura con l’arduo tirocinio del fallimento e del continuo lavorio.


Nina Santoro: Com’è stato questo primo anno pubblico di Corpomatto? È stato come te lo aspettavi? O qualcosa ha deluso le tue aspettative?

Cristina Venneri: Non avevo vere e proprie aspettative, almeno non nell’immediato. La mia ambizione è sempre stata quella di lasciare un segno nella nostra letteratura. Più che delusione delle aspettative semmai c’è stato un ridimensionamento dell’ego: se fino a qualche anno fa credevo che avrei scritto un romanzo d’esordio significativo, ora so che ho solo depositato la prima tessera di un mosaico ideale.  Credo che la pubblicazione del primo libro sia utile a rendersi conto della differenza tra quello che immaginiamo e quello che effettivamente siamo in grado di rendere a parole.

N: Relativamente al tuo percorso letterario, leggendo Corpomatto sono chiare delle aderenze linguistiche ben definite. Faccio tre nomi: Berto, Celati, Gadda. E anche uno più recente: Paolo Nori. Dimmi se ho azzeccato e raccontaci cosa ti ha colpito di questi autori e perché hai deciso di prendere ispirazione proprio da loro. Come si combinano nella tua personale idea di letteratura?

C: Berto, Celati e Gadda sono senz’altro miei modelli letterari, qualcuno anche abbastanza dichiarato nel romanzo: Marta porta con sé «il famoso Il male oscuro» perché Berto lo avverto sinceramente come mio padre letterario per la ricerca della propria voce e per l’indagine psicologica che affronta. Ma non è solo questo, ci sono autori a cui ci si sente intimamente congiunti e da cui ci si sente investiti, perciò più che di “ispirazione” parlerei di “conferma”. Qualcuno in qualche recensione a Corpomatto ha lasciato intendere che un modello così imponente possa rappresentare un limite alla mia scrittura ma io non ho questo timore perché non c’è emulazione ma prosecuzione. Effettivamente hai citato scrittori “di lingua”, e questa è la mia idea di letteratura.

N: Se dovessi, dunque, definire il tuo stile narrativo, come lo definiresti e perché.

C: Mi piacerebbe definirlo “logico, ironico e ritmico” perché sono gli aspetti che più mi interessano nella scrittura. Lavorare sull’ipotassi mi ha permesso di individuare la consequenzialità dei pensieri avvalendomi della grammatica. L’ironia e il ritmo per me sono elementi essenziali che fanno la differenza nella letteratura.

N: Quali sono gli altri autori, se ci sono, a cui ti senti debitrice?

C: Non mi sento debitrice. Più che altro mi sento “formata” da un certo tipo di studi perché mi rendo conto di quanto la mia visione del mondo provenga dalla cultura classica occidentale. Anche la puntualità linguistica deriva dallo studio del latino e del greco ma nondimeno dalla poesia del Novecento italiano che, con le dovute ascendenze, ha fondato la musicalità della nostra letteratura. Il romanzo l’ho apprezzato più tardi e, se ci penso, è forse una forma in cui ho costretto la mia scrittura, per tradizione.

N: Da dove viene il titolo Corpomatto e quante decine di persone te l’hanno già chiesto?

C: Chiaramente me l’hanno già chiesto tutti, come era prevedibile, ma non mi dispiace ripeterlo. Viene dalla quarta di copertina di La banda dei sospiri di Gianni Celati, scritta dall’autore stesso nella prima edizione Einaudi. Precisamente da questo estratto: «C’è una grossa differenza rispetto ai romanzi monumentali che i grandi scrittori continuano a proporci, con le loro trame prestabilite, le loro acute interpretazioni della Storia. È che il racconto comune nasce dalla casualità e dalla ripetitività quotidiana, perciò non può essere portatore di grandi visioni tragiche o consolatorie. È un’indiscrezione locale, una violazione d’omertà, un modo di far parlare il corpo matto».

N: Al di là del tributo a Celati – se di tributo si tratta -, che significato ha per te la locuzione “corpo matto” e come si declina all’interno del romanzo?

C: Un tributo lo è diventato in seguito. È un’espressione che mi ha incuriosito proprio a causa della sua enigmaticità. Forse Celati aveva tutt’altro in mente ma per me “corpo matto” ha assunto un significato preciso con riferimento a quell’etimologia dell’aggettivo “matto” con cui si indica una parte del corpo non in grado di assolvere la sua funzione. Di conseguenza un intero corpo matto rappresenta un individuo che non è capace di vivere, una sorta di erede dell’inetto Novecentesco o addirittura la sua evoluzione.

N: C’è qualcosa che ti penti d’aver o di non aver scritto in Corpomatto?

C: Quando ho iniziato a scrivere Corpomatto avevo in mente di scrivere un romanzo sull’alcolismo. Nella nostra tradizione letteraria non è un tema molto dibattuto ma, se vogliamo essere sinceri, neanche al di fuori della letteratura, eppure è una piaga sociale sempre più preoccupante per il numero di vittime dirette e indirette che produce. Mi sarebbe piaciuto raccontare meglio questa realtà ma poi la storia si è incentrata su altro e l’ho lasciato come tema marginale che sicuramente svilupperò in seguito.

N: Qual è il personaggio del romanzo a cui tieni di più? E perché?

C: Forse il professor D. La parte del romanzo in cui racconto il rapporto tra lui e Marta mi piace ancora molto. Qualcuno ha sostenuto che non è funzionale alla narrazione ma credo che questo romanzo possa essere compreso solo per sottrazione.

N: Il professor D. è un personaggio che mi ha colpito molto, avrei voluto sapere di più su di lui. Puoi dirci di più su di lui ? Se è di un mentore che si tratta, quanto conta un buon mentore nel percorso di vita di ciascuno di noi?

C: I tre personaggi maschili di Corpomatto sono tutti professori, proiezioni della figura paterna di cui Marta ricerca l’approvazione e con cui è in competizione. Il professor D. è sicuramente l’anima positiva del maschile nel romanzo. Al di là del genere, personalmente ho sempre sentito la necessità di legarmi a un maestro: trovo che sia una figura d’elezione che oggi è stata sostituita dal più scadente tutorial.

N: Sono d’accordo. Se c’è un’altra cosa che traspare dalla storia di Marta, dei suoi familiari e dei suoi amori, è quanto la realtà stessa possa essere distopica nella sua essenza. E soprattutto come la psiche umana possa farci navigare alla deriva nelle circostanze più nere. Che impatto ha avuto su te narratrice/scrittrice questo percorso psicologico al fianco di Marta?

C: Per quanto una narrazione possa essere autobiografica, la costruzione del dispositivo narrativo permette di rielaborare il proprio vissuto o addirittura affidarlo a un personaggio che per coerenza si comporta in un determinato modo. In varie occasioni mi sono trovata a riflettere sulle motivazioni che hanno condotto Marta ad alcune scelte: per esempio, se il suo tentativo di ricostruire il nucleo familiare nelle mie intenzioni di autore era dovuto a una mancanza, a un difetto, nel romanzo mi sembra che sia risultato come un moto egoistico volto all’assegnazione delle responsabilità.

N: Corpomatto è stato definito in quest’ultimo anno in molti modi, mi pare rispecchi particolarmente bene le gesta di una generazione confusa, frastornata, sempre in bilico tra quello che si dovrebbe fare e il baratro delle dipendenze. Tu come lo definiresti?

C: Ormai l’ho inquadrato come “elogio del fallimento” in una prospettiva di fallimento programmato.

N: Pensi ci sarà un seguito di Corpomatto? O lo ritieni un capitolo chiuso?

C: Il finale di Corpomatto lascia a intendere l’impossibilità di un seguito, perlomeno per la vicenda di Marta.

N: A cosa stai lavorando per adesso?

C: Al momento mi sto occupando di un progetto privato su una tematica che mi interessa molto.

N: Sì è molto parlato ultimamente di questa storia dell’esterofilia e del mantenere la lingua italiana incontaminata dai forestierismi. Che idea ti sei fatta della proposta di legge di FDI?

C: La proposta di legge di FDI, per quanto ne so, è legata alla pubblica amministrazione. Fuor di politica, sono convinta che la lingua italiana meriti di essere preservata. Come in ogni ambito, penso che non abbiamo bisogno di multe ma di istruzione per essere educati al rispetto e alla tutela.

N: Credi che anche la letteratura dovrebbe limitare l’uso di termini stranieri o pensi che sia naturale il loro assorbimento nel tessuto linguistico e culturale di un Paese?

C: Credo che in letteratura non ci siano limitazioni ma mi rendo conto che la lingua italiana si sta “sgrammaticando” a furia di incursioni inconsapevoli. La lingua è un processo evolutivo ma la letteratura è un settore a parte.

N: Un consiglio di lettura agli utenti di zirmazine.

Il serpente di Luigi Malerba. Senza motivazioni perché io l’ho letto con ammirazione senza informazioni preventive sulla trama.

N: Grazie per il tuo tempo, a presto!

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