Regali per musicisti 101: la guida essenziale

Ciao, sono Cristina e porto con me il trauma dei regali dei Natali passati. Vorrei potermi sentire speciale almeno in questo, invece è un destino che accomuna tutti noi.
Vieni al mondo e già dal primo vagito sai che dovrai affrontare anche quest’altra merdata, nella vita: forzare i muscoli facciali ad abbozzare un sorriso che di anno in anno deve essere sempre più forzato di fronte ad orrendevolezze impacchettate with love per conto di amici e parenti: potresti anche essere colui che sta dall’altra parte della barricata, nel ruolo infame di quello che i regali di merda li fa piuttosto che riceverli. Ti senti più leone o gazzella?

Quello dei regali è un affare spinoso. Se hai buonsenso, o furbizia, che dir si voglia – chiederai aiuto così da poter addossare eventuali colpe a terzi, altrimenti t’accollerai tutto l’accollabile e chi s’è visto s’è visto. Tanto suvvia, nessuno avrà mai il fegato di dirti la verità.
Al massimo ti somministrerà la stessa medicina.

Perché se già è un’impresa scervellarsi per il presente di un comune mortale, immagina cosa possa voler dire scegliere di fare un regalo ad un musicista. Masochismo, chiaramente.

Poi, che je voi regala’ a ‘sto soggettone? Uno che per sua configurazione biochimica è una creatura chimericametà uomo e metà testa di cazzo, avrebbe detto un vecchio amico – in bilico tra un difettoso romanticismo ottocentesco e l’incomprensione karmica, unici fattori determinanti che plausibilmente lo accompagneranno fino alla fine dei suoi giorni. Quasi mai soddisfatto del suo lavoro, pidocchioso su ogni nota e su ogni passaggio, uno che il tocco prima di tutto ma che al di fuori dello strumento fatica ad approcciarsi ad un essere umano che ancora respiri e sia nel pieno delle proprie facoltà mentali e insomma, mille altre seghe mentali. Forse fa pure bene, chi lo sa… Del resto Mozart non sorvolava neppure su una pausa, lo avesse fatto oggi non se ne ricorderebbe manco sua mamma.

Ti offro il segreto della vita: il musicista va conquistato, sedotto e poi abbandonato. Ma se gli vuoi davvero bene, esci fuori l’estro e fai la fottuta differenza! E per carità degli dèi, basta con ‘sti mezzibusti in miniatura di Beethoven e portachiavi a forma dello strumento che suona che a ‘na certa diventa esercizio di autolesionismo.

Tanto per cominciare, ad un musicista dovresti regalare il gestore di un locale che non lo ricompensi con una Peroni e una supercazzola. Che per quanto resti pura mitologia, forse il gestore perfetto esiste pure somewhere, over the rainbow.
Dopo anni infognato tra le mura di un conservatorio in cui trovare un’aula studio diventa il miraggio dell’assetato che nel bel mezzo del deserto scorge l’oasi, – pensa che io facevo pipì accompagnata da violiniste e arpiste che si esercitavano nell’anticamera del bagno – tra orari di lezioni o esami che si accavallano però ecco, tu non sei Dio ed il dono dell’ubiquità ancora non ce l’hai. Per non parlare delle giornate trascorse a far l’amore con lo strumento e della tendinite che nasce, cresce e muore con te.
Se al conservatorio non ci ha mai messo piede, avrà passato ore rinchiuso in sala prove senza mai vedere la luce come il più peripatetico dei vampiri, provando e riprovando brani e gettando fuori l’ennesimo coglione, alla disperata ricerca della line-up perfetta. Poi oh, nessuna sorpresa se quando gli si presenta il frescone a ridergli in faccia come se fosse una marionetta e gli sfodera l’arroganza di un “Ohi ciccio, se vuoi suonare ti offro un paio di birre e ti faccio pure pubblicità.” (n.b. due quando gli astri sono perfettamente allineati), a quello gli parte ‘na gran botta di Offenbach che farebbe ballare la samba perfino alle più illustri gerarchie demoniache. Non scherziamo, dai.

Un’altra idea buttata lì sarebbe quella di concedergli il piacere di una maledetta condivisione.
Cioè, facciamoci un rapido conto: non c’è da scucire soldi. Fine.
Sempre che non stia suonando roba inascoltabile… lì fingiti morto che funziona sempre, e se vuoi rendere la cosa più teatrale e dargli quel doveroso tocco di dramma, SVIENI. Dante docet.
In caso contrario sì, sentiti autorizzato a condividere. Fallo felice, è Natale anche per lui.
Incredibile come pesi il disagio esistenziale della collettività quando si tratta di sponsorizzare o propagare un qualcosa che sia fatto bene. Sarà per il solito cliché del tu fai, io sto sul divano e mi arrabbio.

[Il fatto della condivisione vale anche per chi scrive di musica, ma naturalmente io non l’ho mai detto.]

Mettiamo anche il caso che durante queste feste tu ti senta all’apice della benevolenza verso il prossimo tuo, sappi che un po’ di partecipazione non guasterebbe: fattelo, un concerto!
Roba che poi, se diserti, i gestori di cui sopra gli fanno il culo perché non c’è abbastanza gente, e le birre da due scendono ad una.
Non è sempre detto che socializzare costituisca un pericolo. Nel mentre, potresti sempre incontrare la tua anima gemella come anche ricordarti perché preferisci stare davanti a Netflix ad empatizzare con l’avvocato newyorkese di turno, quello dallo sguardo torvo e seducente che qualche scrupolo inizia a farselo già a metà della prima stagione.

E se mai volessi dargli il colpo di grazia, compragli anche del merchandising così decide se con il ricavato ci si deve pagare la terza birra oppure un quarto di benzina.





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