‘Plastic Love’: come un algoritmo ha riesumato un pezzo pop giapponese anni ’80

Lo hai mai intravisto quel bagliore di nostalgia mista ad orgoglio che fa brillare gli occhi di chi ha vissuto gli anni Ottanta?
Sul finire della decade Raf, inchiodato sul palco del trentanovesimo Festival di Sanremo, s’interrogava – con un giusto grado di malessere esistenziale – su cosa sarebbe rimasto di questi anni.

… afferrati e già scivolati via.

Si usciva dagli anni di piombo che dal ’68 furono teatro di battaglie sociali e ideologiche, gli anni della dialettica politica nelle bocche dei più giovani, delle proteste in piazza, dei feroci attacchi terroristici che ci hanno insegnato ancora una volta cosa significa aver paura. E poi la perestrojka che porterà di lì a poco all’evaporazione dell’URRS, e Chernobyl di cui quasi si ignorava l’esistenza fin quando l’esplosione del reattore della sua centrale nucleare ha sprigionato nell’aria una nube radioattiva di cui rimane traccia ancora adesso.

Insomma, ci voleva proprio ‘na bella botta di frivolezza.
Per cui cambia la società e cambia anche l’approccio dell’uomo del tempo alle stimolazioni vitali. La gioventù riscrive la storia, ancora una volta, ma adesso a colpi di fuseaux con le ghette, giacche con spalline che ti facevano sembrare Robocop ma più in versione Iridella, con il make-up scazzuolato sul volto come una variopinta pittura di guerra a darti un’aria più futuristica ed eccentrica. È stata la decade fortunata di Jane Fonda, sorella del più noto Peter ed intrepida attrice e attivista, che regala anche alle più pigre e annoiate casalinghe il segreto della tonificazione del corpo grazie ad una fortunatissima serie di VHS; con scaldamuscoli e tutine come armi, ha coniato l’urlo di battaglia “No pain, no gain” che sarebbe diventato l’inno di tutti i personal trainer.
L’era d’oro delle sale giochi, dei film d’azione e delle industrie di lacca per impalcare i capelli.

Sono gli anni in cui dalle ceneri del punk fiorisce la new wave, quelli del synthesizer, della rivoluzione adrenalinica dell’hard rock e dei gruppi metal in un’esplosione di pelle e borchie, e gli stessi in cui il culo dei musicisti glam metal era plasmato da pantaloni vinilici o leggins maculati così stretti da lasciare poco spazio al fuoco dell’immaginazione.
Ed io per questo dico G-R-A-Z-I-E.

Siccome non è mai accaduto che esistesse bellezza senza bruttezza, a maledire tutta quest’opulenza sono arrivati l’orrore del sassofono ficcato un po’ ovunquetalora anche a cazzo – e quello di Alessandra Mussolini che divisa tra l’apparizione in qualche italica commediola e gli scatti per Playboy, ha preso un microfono in mano decretando che sì, ELLA POTEVA ANCHE CANTARE! [Qui un pregiatissimo reperto dal sapore nipponico]
Poi si è lanciata in politica, ma questo è solo l’inizio di un’altra crudeltà.

Mentre in Europa e Stati Uniti imperversava questa brezza frizzantina e aesthetic, anche il Paese del Sol Levante era nel pieno della sua personale rivoluzione.
Il Giappone che – complice anche la posizione isolata – è rimasto rintanato in se stesso per quasi due secoli e mezzo, principalmente per preservare la propria cultura e mantenere alla larga la diffusione del cristianesimo, e che si è aperto per una questione di pura di costrizione. Un Giappone con tutti i suoi contrasti e con le sue particolarità, con le sue note stravaganze e gli innumerevoli feticismi più o meno opinabili, che negli anni Ottanta era nel clou della sua ripresa economica.

In quel periodo, lo stile musicale hot in quella parte del globo porta il nome di city pop. Che più che stile era una tendenza e che boh, in fin dei conti non si può concretizzare a parole… è quell’appiglio spontaneo che si genera simultaneamente alla crescita delle metropoli, aspetto che finisce per creare una certa emarginazione universale e dissonante. È il sostegno sul quale l’uomo di città poggia l’animo, è la fame di emotività, un languore dolceamaro che fa da sfondo al senso di una solitudine interiore che adesso è innata e non più ricercata; il desiderio di tornare agli impulsi primordiali che potrebbero sembrare oscurati dai troppi neon e invece stanno lì, seppelliti dalla gente che affolla le strade e ti soffoca la gola.

Era un giorno di fine aprile del 1984 quando uscì l’album Variety, che ricamava il ritorno al panorama musicale di un’artista giapponese molto apprezzata in patria. Portava una nuova boccata d’aria nell’effervescente stile zuccherino ed ossigenante tipico del city pop e che ha il vaporwave come suo revival.
In suolo nipponico, il singolo Plastic Love potevi ascoltarlo ovunque, dai localini di divertimento sparsi nei vari distretti alla cameretta della ragazzina dal cuore dolorante.

Sicuramente, quando Mariya Takeuchi ha scritto l’inebriante Plastic Love – dalla musica al testo, seduta davanti ad un’umile tastierina da quattro soldi – l’ultima cosa che poteva aspettarsi è che sarebbe arrivato il momento in cui quella sua stessa creazione avrebbe attraversato il planisfero facendo impazzire l’Europa tanto da essere dichiarata la canzone pop migliore sempre . Insomma, un titolo di un certo peso.

YouTube, con il suo etere storico e come una capsula del tempo che viene dissotterrata dopo un lungo periodo manifestando le meraviglie dei tempi che furono, ha riaperto i rubinetti della nostalgia sputando fuori una canzone passata praticamente inosservata in Occidente per una trentina d’anni.

Mariya Takeuchi nello scatto del fotografo Alan Levenson – A moment in time, 1980. 

Tutto ha origine quando, nel 2017, un utente di nome Plastic Lover digitalizza sulla piattaforma quel pezzo che ci siamo ritrovati un po’ tutti tra gli ascolti suggeriti da YouTube, con curiosità e stupore. L’algoritmo della piattaforma che – stando ad attendibili fonti scientifiche – funziona sempre un po’ a cazzo, ha contribuito alla diffusione di questo piccolo capolavoro dell’Oriente 80s accumulando la bellezza 25 milioni di visualizzazioni nel giro di una manciata di tempo. E sì, rapendoci per sempre!

A scattare quella che è diventata una delle foto più iconiche di questi ultimi tempi, il fotografo Alan Levenson, che ha lanciato un copy-strike all’utente Plastic Lover affinché gli venissero riconosciuti i diritti di quell’immagine che mai pensava si sarebbe diffusa così tanto. Eh, ciccio… inchinati davanti alla potenza del web!
Il video è stato perciò bloccato per un periodo, ma i due hanno raggiunto un accordo che ha permesso alla canzone di tornare a spopolare in rete, divenendo a tutti gli effetti un fenomeno di massa che ha visto il bel faccino della Takeuchi diventare parte di meme, fan art e cover musicali da parte praticamente del mondo intero. Anche da parte di spagnoli, che la Natura ha reso incapaci di spiccicare una parola d’inglese ma che, a quanto pare, riescono a cantare in giapponese. Boh, iberici gente strana.

Retrò, galvanizzante ed evocativa: Plastic Love è la canzone che porta in sé la freschezza tipica dei vent’anni (io me la ricordo ancora, ed era bella), spensierata e al tempo stesso stordita dall’affacciarsi ad una vita adulta
Un pezzo la cui forza è quella di essere tremendamente attuale nonostante un gigantesco scoglio che è la lingua, pur con la presenza di qualche sporadico inglesismo. Eppure no, non è necessario capirci qualcosa.

L’amore di plastica a cui la Takeuchi si riferisce è un concetto in qualche modo già presente nelle tue cellule e l’intenzione che emana ti arriva come scossa a fior di pelle.
Un messaggio che, per quanto esotico possa suonare alle orecchie, rientra nell’intimità del sentire umano. Parla a tutti quei cuori in bilico, che sanno di non poter trovare la loro pace. Ed in fin dei conti, neanche la vorrebbero.

La sofferenza di un amore che forse nemmeno è mai iniziato, il bisogno di non volersi prendere troppo sul serio affrontando la sfera sentimentale con un quid di leggerezza che non vuole essere superficialità e – di contro – con l’animo immerso in un mare di ricordi per ciò che è andato, che poteva essere però non è stato lasciandosi alle spalle uno strascico di tormento.
È questione di attimi, emozioni che corrono come lampi, senza troppi freni e controlli in una frenesia composta da nebbia e luci alogene. Il senso della solitudine estatica di stampo prettamente romantico, che è quello che ci fa sentire spaiati ed isolati – eppure comunque vibranti – in un universo di individui soli quanto e come noi.

Se mentre l’ascolti chiudi gli occhi, ti si fotte la mente tra le strade della Tokyo anni ’80: rimani invischiato nelle luci di mille insegne al neon, le terminazioni nervose delle narici mandano al cervello impulsi di street food orientale, senti prima una e subito dopo l’altra spalla spintonate dall’andirivieni della gente riversata tra le vie, che scappa forse a recuperare la testa tra le nuvole oppure lontano da qualche amante platonico. Chissà.

https://www.youtube.com/watch?v=9Gj47G2e1Jc


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *