Clerks, a retrospective

Ognuno si è vissuto questi ultimi due anni di pandemia nei modi più disparati, ma possiamo più o meno essere d’accordo che la gente, a prescindere da sesso, età ed estrazione sociale, di fronte all’opportunità di avere effettivamente del tempo libero, sia completamente impazzita. 

E da marzo 2020 di tempo libero ne abbiamo avuto davvero tanto.

Per riempire le giornate fra un DPCM e l’altro c’era chi si riscopriva panificatore, dando vita a poltiglie di lievito madre che a momenti risvegliano Chtulhu. Oppure il lievito lo razziavano direttamente dal supermercato perché non si sai mai. C’era chi comprava cani a tutto spiano, chi spolverava il babydoll per aprire un Onlyfans, chi cantava dai balconi, chi aspettava il bollettino dei morti delle diciotto con té e biscotti.

Ma la più grande piaga del web è giunta a scoppio ritardato, e ne raccogliamo i frutti solamente ora: in lockdown sono diventati tutti quanti dei fini cinefili, dopo essersi sparati maratone di Wes Anderson, del Marvel Cinematic Universe o di tutti i più sconosciuti film di Miyazaki. Fidatevi che su internet non si può più dire un cazzo senza che parta la guerra santa, osate dire qualcosa sul film preferito di qualcuno e improvvisamente vi ritrovate swattati pochi secondi dopo aver pubblicato un commento in cui diciamo che, tutto sommato, a nostro modesto parere, dell’ennesimo prodotto di Star Wars non ce ne può fregare assolutamente un cazzo.

A che serve tutto questo preambolo? Probabilmente a nulla, forse diventerò uno dei tanti leoni da tastiera che mi sono sempre promesso di combattere.

Tuttavia mi piacerebbe diventare latore di un messaggio forse ormai dimenticato, il celebre de gustibus non disputandum est. Non sono qui per insegnare nulla a nessuno, non sono qui per smerdare i film che adorate. Non ho la competenza tecnica per poterlo fare, vorrei solamente trasmettervi il perchè questo film mi sia particolarmente piaciuto.

Fantascienza? Forse no. Dai che ce la possiamo fare a goderci un film senza l’impulso a farci le seghe sulla fotografia, che nemmeno sappiamo cos’è.

L’Inferno di Dante

Perché cominciare questo viaggio proprio da Clerks?

Perché Clerks, a mio avviso, incarna in sé uno dei principi cardine che mi ossessionano negli ultimi anni: “Cazzo, oggi non potrebbero più farlo un film così.”

È fondamentalmente un film così di “merda” da rasentare la perfezione. Ehi, appoggiate i forconi, ho detto “merda” e non merda.

Eccovi l’esercizio mentale di oggi: cosa succede se ad un film togli praticamente tutto? Tolta la scenografia, tolti i costumi, tolti gli attori professionisti, tolta l’onanistica fotografia, tolto il colore… cosa rimane?

Rimane solamente il genio a fare la differenza.

Kevin Smith (in arte Silent Bob, comparsa del suo stesso film) nel 1994 lancia la sua prima pellicola con un budget all’incirca di 27000 $, e più della metà di questa somma fu impiegata per pagare le royalties per la colonna sonora. Molte comparse sono state reclutate senza avere alcuna esperienza di cinema, e il convenience store “Quick Stop” era davvero il negozio in cui di giorno lavorava Kevin Smith. 

Già, Clerks fu girato di notte, sfruttando le ore di chiusura. Pensate che la scena delle serrande bloccate con la gomma da masticare fu inserita nel copione proprio per questo motivo, giustificando il buio all’interno del locale.

Il Quick Stop esiste ancora, ed è visitabile a Leonardo, New Jersey!

In Clerks assistiamo alla discesa negli inferi lavorativi di Dante Hicks (nomen omen), un ragazzotto di ventidue anni della classe operaia americana la cui esistenza viene sconvolta da… una giornata di straordinario.

Dante continua a ripetere la frase “I’m not even supposed to be here today!” (“Non dovevo nemmeno essere qui oggi!”) che diventa il leitmotiv del film, dopo essere stato strappato dal letto per dover coprire il turno di un collega in malattia. Quello che ancora non sa è che la vita ha deciso di colpire durissimo proprio quel giorno.

Ad accompagnarlo c’è Virg  Randal Graves, lo svogliato commesso del videonoleggio della porta accanto e suo migliore amico.

Ed è qui che avviene la magia di Kevin Smith: solamente con il bancone della cassa come palcoscenico, i due si lanciano in alcuni dei più memorabili dialoghi della storia del cinema, certamente il cavallo di battaglia del regista.

In 90 minuti riescono a spaziare dalla filosofia, alle relazioni sentimentali, passando per il celebre monologo sugli appalti della Morte Nera, saltando dalle videocassette con i porno ermafroditi alle responsabilità di diventare adulti. È impossibile non restare sconvolti dal grottesco realismo di quei battibecchi, e quanto questi possano sembrare effettivamente le chiacchiere che fareste con un amico di infanzia.

E non sono solamente i dialoghi ad essere memorabili, ma anche il vortice di comparse che gravita intorno ai due protagonisti è difficile da dimenticare: Jay & Silent Bob fra tutti, la coppia di spacciatori che staziona giorno e notte davanti al negozio e che ha dato il via alla creazione del cosiddetto “View Askewniverse”, l’universo in cui tutti i film di Kevin Smith verranno ambientati e che saranno interconnessi per eventi e personaggi.

Epica?

Perché è un film che non potrebbero più rifare oggi?

Clerks è un film profondamente scorretto. Clerks è sbagliato. Senza nemmeno stare a toccare le punte di razzismo e misoginia di alcune parti del copione che oggi solleverebbero polveroni in ogni angolo del web.

Ma diciamo che parte della genialità di Kevin Smith (e della sua audacia, ahimé persa negli ultimi anni) si possa ritrovare proprio nel plasmare una storia riuscendo ad elevare anche gli argomenti più volgari in moderna epica.

Oh sì, avete letto bene, ho scomodato il termine epica per un film in cui contano quanti cazzi ha succhiato la fidanzata del protagonista, uh uh.

Volendo scomodare la Treccani, per “epica” si intende “narrazione poetica di gesta eroiche, spesso leggendarie.” Come è possibile che questa risuoni ai giorni nostri fra le cazzate di Clerks?

Qui Kevin Smith rivela il suo ultimo tassello di genialità, portando in scena non dei personaggi qualunque, ma degli archetipi: abbiamo un eroe, che seguiamo e in cui possiamo immedesimarci durante il suo viaggio, un mentore che lo guida e lo consiglia, degli oracoli pronti a riveragli la verità indiscussa e una pletora di personaggi che incarnano i più bassi vizi ma anche le virtù umane. Davvero, io voglio credere che il nome Dante sia stato scelto apposta, non sono pronto ad accettare un’altra verità. 

Clerks è epica allo stato puro perché nel 1994 lanciava il grido della Generazione X , la prima a ribellarsi e a dare battaglia all’establishment culturale e sociale di quella dei boomer in cui nascere/lavorare/consumare/morire rappresentava lo schema dal quale è impossibile districarsi e al di fuori del quale è impossibile trovare il senso della propria esistenza.

A un certo punto della disastrosa giornata lavorativa di Dante e Randal risuona “Leaders and Followers” dei Bad Religion, un inno punk-rock che brucia proprio di questa rabbia.

“Do you know your place in the big charade?”

Fra una scopata con un cadavere, un esercito di drogati e le fatiche di un tergisperma è incredibile come Clerks riesca a entrare così tanto a gamba tesa in temi che toccano fin troppi nervi scoperti, e che continuano ad essere attuali ancora oggi per noi millennial e zoomer.

Riuscirà Dante a vincere la sua personalissima battaglia (che è un po’ quella di tutti noi) e a capire che non è la nostra funzione nella società a definire ciò che siamo?

Clerks, oggi

Per tirare le fila, dunque, è possibile che nasca un altro film come Clerks, ora?

Io, in tutta onestà, farei un po’ fatica a riscontrarlo nel cinema attuale: politically correct a parte, non ho ancora trovato quella genuinità e quell’impulso viscerale che sono la linfa per dare voce ad un grido così feroce.

Per fortuna, nonostante tutto, ci troviamo davanti ad una storia e a personaggi senza tempo, capaci addirittura di veicolare messaggi fra una generazione e l’altra, e questo lo rende, a mio avviso, uno dei film fondamentali che accompagneranno per sempre il nostro immaginario.

E se ancora non lo avete riscoperto, vi prego, fatevi uno dei più bei regali della vostra vita.

Il cerchio si chiude

C’è un motivo per cui salto su proprio ora con Clerks, ed è perchè pochi giorni fa è stato annunciato il trailer di Clerks III. 

Come dicevo prima, Kevin Smith forse negli ultimi anni ha un po’ perso la scintilla (già Clerks II, per quanto riesca a ricreare abbastanza bene le atmosfere del primo capitolo, un po’ risente di un’energia minore.) per cui nel vederlo rimettere le mani dopo quasi venti anni ad uno dei miei film più cari, permettetemi il giro di parole, mi ha fatto cagare sotto.

Tuttavia non voglio essere disfattista, anzi. (Tra l’altro la vena di metacinema che salta fuori dal trailer mi sta gasando non poco.)

Si sta addentrando in un territorio sicuramente pericolosissimo, ma voglio dargli tutta la mia fiducia. Dopotutto Clerks parla della vita stessa, dalla giovinezza del primo alla vita adulta del secondo, pertanto posso capire quanto voler fare sentire un’ultima voce possa essere catartico per un regista come lui, entrato nel reame dei 50 anni.

Io, ad ogni modo, sto correndo a tatuarmi il Salsa Shark di Clerks 1

Che non si dica poi che sono un fan dell’ultimo minuto, eh.

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