#AstridJukebox: The Girl from Ipanema

Se vuoi vivere un’esperienza completa, leggi l’articolo mentre ascolti la nostra Playlist dedicata al Brasile!



Di norma, quando l’essere umano medio pensa al Brasile, ha il cervello surriscaldato dalla classicissima immagine della ballerina dal corpo giunonico e generoso, le cui forme sono strette in micro-costumi e non rischiano di essere minimamente offuscate da copricapi ricolmi di piume e gemme. Colori sgargianti, carri e samba che fa da sfondo all’euforia generale: siamo al cospetto del Carnevale di Rio, in tutta la sua eccessiva e spettacolare imponenza!
Meno di frequente – fatta eccezione per chi si preoccupa del sociale – è quello rivolto alle favelas, il cui variopinto splendore è solo la facciata di situazioni di disastrosa povertà, con tutto ciò che ne comporta. Invece, chi vanta uno spiccato senso artistico, penserà subito al Cristo Redentore che – con la sua elegante imponenza decò – dall’alto del monte Corcovado allarga le braccia come a voler contenere, accogliere e forse anche un po’ confortare l’umanità nella sua interezza; si contano sulle dita di una mano quelli che sono a conoscenza del fatto che fu proprio il nostro Guglielmo Marconi – nel 1931, tramite impulso trasmesso da Roma – ad accederne per la prima volta le luci che tuttora lo illuminano. C’è bisogno di specificare che, nel frattempo, le luci non siano rimaste perennemente accese? Magari sì.



Non solo samba

Però sì, ecco: il pensiero che un po’ tutti associamo al Brasile si rivolge principalmente alla samba, che è solo uno dei tasselli che vanno a comporre la realtà musicale di un territorio dal ricco tessuto storico e dai trascorsi culturali e sociali eterogenei e variegati. Il tutto si origina dalla movimentata complessità dell’incontro (in casi come questo, sarebbe opportuno includere anche il termine ‘scontro’ ) di tre culture fondamentali: quella indios, la portoghese dei colonizzatori e quella africana degli schiavi che furono trascinati lì dai conquistatori come forza lavoro. Un incrocio etnico che – nel bene e nel male – si riflette in ogni aspetto della vita, tra cui prevedibilmente la musica.

Quando il perbenismo delle danze del ‘600 europeo inizia a mescolarsi alle ritmiche africane e indigene, nasce lundu, uno stile di danza afro-brasiliana in voga nel XVIII secolo che all’epoca veniva (tanto per cambiare…) considerata stregoneria e che, poco più tardi, si è evoluta in musica urbana ‘ibrida“, acquisendo anche versi cantati che il più delle volte erano di natura umoristica e lasciva. È il genere che dà vita al ritmo sincopato tanto caro al Brasile e che, grandiosamente, ancora persiste in una piccola isola situata nella parte settentrionale del Paese.

Un Paese che non sempre è comprensibile all’italiano, tranne forse per alcune omofonie linguistiche e probabilmente anche per il senso d’accoglienza.
Un Paese fiero, in cui è radicato un altro concetto cardine della sua cultura e rappresenta un’ulteriore associazione che spesso ci troviamo a fare: la saudade.

Saudade: il gusto dolceamaro della bossa nova

Tom Jobim – uno dei padri della bossa nova – era solito dire che

“La tristezza e la nostalgia hanno la stessa dignità della felicità, perché condividono la stessa bellezza”

Carlos ‘Tom’ Jobim

Ed effettivamente, il sentimento di saudade – all’interno della gamma cromatica delle emozioni, è quella in assoluto più preziosa!

Porta il sapore dell’ottocentesca concezione di romanticismo ed è simbolo di una particolare forma di nostalgia che, fondendosi a un desiderio mai realizzato, è in grado di sfiorare il dolore. È unurgenza dell’anima mista a quel languore che ti prende a cazzotti la bocca dell’anima, un’emozione che t’investe e che non puoi placare. Qualsiasi cosa tu faccia. Probabile che neppure tu riesca a categorizzarla, a capire con esattezza di cosa si tratti.
Qui, il confine tra realtà ed illusione è estremamente labile e viaggia sul binario di un qualcosa che a lungo è immaginato, desiderato, mai concretamente vissuto ma che riesce a lasciarti quel sapore dolceamaro di chi, invece, ha vissuto, amato, provato dolore e poi perso definitivamente. Racimolare parole, racimolare un discorso valido atto a darne una spiegazione è quasi sempre un fallimento e rischia di sfiorare il puerile tecnicismo… lo devi avvertire, e sicuramente ti sarà capitato almeno una volta nella vita. E mi rendo conto sia quello che anch’io ho provato per anni (e che mi limitavo a chiamare con il nome di strana sensazione) tutte le volte in cui ho rischiato di perdermi nel mare buio provando una malinconica nostalgia per un qualcosa che non sapevo classificare, come un ricordo appartenente a qualche vita passata lasciato lì, sospeso tra le ombre e qualche luce che si rifletteva a pelo d’acqua, e che mi dava uno strano movimento all’anima quasi come se ci fosse qualcosa che dovessi replicare, rincorrere, perdonare o perdonarmi.
Io non avevo idea di cosa fosse. I brasiliani, tuttavia, ci hanno fondato tutta la loro umana spiritualità.

Questo strano sentimentalismo è ben presente nella bossa nova, uno dei generi musicali in assoluto più rappresentativi del Brasile subito dopo la samba; ed in fin dei conti, la bossa altro non era che un modo più fresco, più zuccherino di cantare, suonare e soprattutto reinterpretare la samba grazie ad un’atmosfera soffusa, minimalista e ripulita da estremistici orpelli, che sapeva essere sì più schietta e diretta, ma anche notevolmente morbida, carezzevole.

Mi piace paragonare la bossa al processo elettrico che permette al fulmine di generarsi, facendo brillare il cielo: una nuova tendenza, una nuova ondata .
Più semplicemente, un sound del tutto nuovo che si produce più o meno in maniera spontanea (nel senso dell’urgenza) verso la fine degli anni ’50 contemporaneamente alla rinascita economica e industriale del Paese, supportata anche da un nuovo sentire intellettuale che s’interseca anche – e soprattutto – al culto della poesia.
Un clima particolarmente denso di energia, quindi, che ha reso possibile alla bossa di sbocciare e far coesistere nel cuore di chi la fa e di chi l’ascolta due sentimenti così distanti eppure così complementari come gioia e malinconia ed evocare più o meno istintivamente il profumo di salsedine delle più belle spiagge carioca, o la splendida tavolozza di un qualsiasi tramonto di Bahia.

Bossa nova, tra frammenti di bottiglie e innovazione

Probabilmente, pensando al calore dei tramonti nessuno direbbe mai che la bossa nova, volendo, è lo stile di chi ama vivere la notte: nasce letteralmente all’interno di una viuzza di Copacabana chiamata Beco das Garrafas, ovvero collo di bottiglia. Il nome particolare è spiegato dal fatto che gli abitanti del luogo avessero l’abitudine di lanciare bottiglie ai bohémien che frequentavano i bar della zona fino alle prime luci dell’alba, vociando e suonando. [Sinteticamente, un po’ come le sciure italiane che minacciano di gettare secchiate d’acqua ai ragazzi che frequentano in orari notturni le vie del centro di qualsiasi città, facendo una gran caciara] C’è anche da dire che lo stesso quartiere aveva un passato complicato legato alla prostituzione e forse il via vai dei giovani, la musica e la vitalità non erano poi un cattivo compromesso per rivalutare la zona.
Tutti i talenti (musicali e non) dell’epoca, in quella splendida decade si trovarono presto o tardi a passare da lì e da tutti i piccoli club presenti nella viuzza, esibendosi e facendosi conoscere. Il pubblico che girava era sempre tanto e finì che i locali fiutarono l’affare e puntarono sulle esibizioni musicali dal vivo, per cui sovente i musicisti non percepivano compenso – una solfa che non passa mai di moda… – ad eccezione della consumazione libera e possibilità di suonare quello che gli pareva. Tra cui la bossa nova, che partiva dalla scuola di samba e che, dagli anni ’60 in poi finisce per fondersi ai ritmi regionali e folk dell’MPB (Mùsica Popular Brasileira).

All’interno di questo scenario tanto ispirato, spuntano due pilastri del genere: Antônio Carlos Jobim (polistrumentista e compositore musicale) e Vinícius de Moraes – detto O Poetinha (il piccolo poeta) – entrambi determinanti nell’introduzione al mondo della bossa nova.

Un dolore velato che arriva per forza di cose all’ascoltatore e, allorquando la lingua diventa uno scoglio insuperabile, è l’armonia musicale a parlare e trasmettere tutta l’emotività di un testo.

Oltre al caratteristico ritmo sincopato che te la farebbe riconoscere tra mille altri stili, l’intero repertorio del genere si basa sull’alternanza delle tematiche tipiche e vitali del genere che si annodano tra di loro per riarmonizzare ed equilibrare l’animo dolorante e malinconico: la sommessa inquietudine della saudade, la conseguente tristeza di non poter raggiungere ciò che si desidera e che si è consapevoli di non poter sfiorare, che finisce per generare il choro ( il pianto o lamento) e la felicidade generata da un pallido vagheggiare in cui il futuro si discosta volutamente dalla crudezza impietosa della realtà in favore di una visione immaginifica e più dolce, che l’animo possa meglio tollerare.

Vinícius de Moraes e Antônio Carlos Jobim
The Girl from Ipanema e l’archetipo della giovinezza

Questo clima effervescente ha permesso, nel 1962, di vedere la Ragazza di Ipanema nascere – come per magia – dalla spuma del mare d’idee di Jobim e Moraes. Ma, ancora più nell’intimo della questione, era un pezzo stimolato da una dolcissima visione.

Alta, abbronzata e adorabile: è il ritratto di Helô Pinheiro, giovane donna dalla pura e travolgente bellezza che attirò l’attenzione dei due compositori tanto da volerla rendere eterna.
Helô, che ancora diciassettenne passeggiava ogni giorno per le strade di Ipanema e passava davanti al bar Veloso per sbrigare commissioni (le sigarette a mammà) o fare quello che, più comunemente, facevano i suoi coetanei: andare a prendere il sole in spiaggia, tra un tuffo e una chiacchierata. Ma, comunque, perfettamente ignara che i due l’avessero notata e avessero entrambi sentito l’esigenza di trasporre in musica il fascino di quel passo leggero e di quel corpo dorato dal sole.

Helô Pinheiro

La Garota de Ipanema venne dapprima composta per far parte di una commedia musicale intitolata Dirigível che, rispetto alla versione arrivata a noi, presentava differenze in alcuni versi oltre che nel nome, che inizialmente era Menina Que Passa ( La Ragazza che Passa).

Quasi un anno dopo la canzone volò tanto alto da arrivare a New York dove Stan Getz, João Gilberto e Carlos Jobim si ritrovarono a registrarne una versione in lingua inglese, con il testo opera del noto Norman Gimbel (autore della nota Killing Me Softly With His Song).

Stan Getz e Atrud Gilberto


Gilberto e Jobim, che con quell’idioma non erano granché ferrati, si trovarono in estrema difficoltà. In quel momento, l’unica opzione plausibile era rappresentata da Astrud, moglie di Gilberto. Incredibilmente, The Girl from Ipanema pareva letteralmente cucita sulla voce di Astrud che sfiorava l’aria, soave e leggera come fosse un petalo di rosa!

Benché quella fosse effettivamente la sua prima registrazione professionale, Astrud non era certo una completa principiante: crebbe immersa all’interno di questo universo grazie alla madre Evangelina, musicista polistrumentista, e cantava regolarmente repertori samba e bossa nova accompagnata dal marito João.
Una voce seducente, sussurrata, che appare quasi timidamente e che, tuttavia, è stata in grado di restituire tutta la potenza ed il carattere uno dei pezzi più eseguiti e suggestivi della storia.

La brillantezza di questo pezzo sta nell’essere una canzone soft ma anche decisamente strong, tanto da rientrare nei gusti di una moltitudine di gente a cui magari di bossa nova frega poco o nulla, ma che l’ha sentita almeno una volta nella vita, anche solo passivamente e seppur – talvolta – in una lingua come il portoghese, per vedersela insinuare fra i ricordi con il suo imprinting da subito evocativo, incredibilmente morbido.

D’altra parte, quello che Moraes è riuscito sapientemente a descrivere attraverso le sue parole è un archetipo grandioso, ossia il paradigma della giovane ragazza Carioca: un’adolescente dorata, un misto tra il bocciolo d’un fiore e una sirena che si eleva dalle acque, piena di luce e piena di grazia, la visione che spetta a chiunque sia triste in quanto reca con sé – nella sua rotta verso il mare – il sentimento della giovinezza che passo dopo passo finisce per svanire, della bellezza che non è solo nostra ma, soprattutto, dono della vita, nel suo costante moto di bellezza e malinconia.

FONTI CONSULTATE:

Silvio Coppola – Storia della Bossa Nova
Musica Brasilis – ‘O fado e o Brasil – uma (re)descoberta das origens brasileiras do fado
Jazzis – ‘The Girl from Ipanema” (Antônio Carlos Jobim and Vinicius de Moraes, 1962)
The Washington Post – ‘The Back Story on the Girl from Ipanema
Today – ‘Brazilian beauty! Meet the woman who inspired ‘Girl from Ipanema’

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